La mimesi

Che cos’è la mimesi?

 

Letteralmente la mimesi riguarda l’imitazione di una natura – o di nature – circostanti agli uomini.

 

Si diceva che sognando gli uomini, per imitazione, traessero l’arte e gli dei i sogni.

 

A partire dalla definizione che crea Platone dell’imitazione è come se ci fosse un’idea assoluta che viene data attraverso una sua riproduzione, in maniera parziale.

 

E questo avviene per ciascun gruppo di cose, di oggetti sensibili, ed è il motivo per cui una parte della critica associa a questo tipo di definizione un’accezione più negativa, comunque limitante, che non porta comunque Platone ad escludere gli artisti (o coloro che sono alla ricerca della riproduzione del vero in maniera filtrata) dalla partecipazione allo stato ideale.

 

Aristotele, invece, non fa riferimento a una riproduzione, a un’imitazione/simulazione, di un’idea parziale, quanto più di una universale, e ne crea tre livelli di interpretazione possibile: l’imitazione della cosa in maniera assoluta, come sembra e come dovrebbe essere.

 

Al di là di poter approfondire, se mai potesse, l’esistenza effettiva di un’imitazione della cosa assoluta, visto che l’imitatore fa sempre parte del sistema, questo tipo di visione può tornare molto utile nell’attualità.

 

 

Che rapporto c’è tra la mimesi e l’attuale contesto?

 

Il rapporto tra la mimesi e l’attuale contesto può partire dal paragone con i livelli di imitazione teorizzati rispetto a come viene approcciato la mimesi.

 

Ci può essere -idealmente- un’imitazione dell’idea della cosa e, su questo livello, probabilmente si assestano Dio e gli dei.

 

C’è poi un’idea di imitazione della cosa creata, realizzata, fatta.

E qui viene in aiuto il concetto del Demiurgo che, come un artigiano, plasma la realtà avendo un’idea pregressa che prova a rappresentare e attualizzare.

 

E infine c’è un’imitazione della cosa rappresentata, che potrebbe fare un pittore che raffigura l’oggetto, l’elemento, il simbolo che a sua volta l’artigiano aveva creato, desumendolo da un’idea ideale della cosa stessa.

 

E a questo punto ci si può chiedere se l’imitazione richiami il fatto di produrre, fermandosi sull’ultimo livello interpretato dopo vari passaggi, false immagini.

 

Di mimare vite letteralmente non corrispondenti all’autentica realtà di quello che si potrebbe vivere.

 

In un’uniformità quasi camaleontica tra persona, personaggi e uso dello strumento (ad es. social) e contesto (anch’esso camaleontico).

Perché volendo a tutti i costi uniformarsi con ideali esterni di bellezza, appartenenza e riconoscimento sociale, giocando allo stesso gioco del camaleonte o del polpo che imitano il contesto naturale circostante, si diventa – di fatto – invisibili.

 

E questa invisibilità, che da alcuni punti di vista può coprire una profonda solitudine, da altri può anche simboleggiare la parte mimetica, che non nasconde però pienezza, ma un grande vuoto in cui l’idea in originale “dell’a che cosa” ci si stia riferendo diventa soffusa e inesistente.

 

 

Può la mimesi essere alla base del relazionarsi?

 

Parlando di mimesi, essendoci un’imitazione, si crea immediatamente un sistema anche solo tra sé e sé, oppure tra sé e un’alterità che si cerca di imitare, o ancora tra sé e il mondo, il contesto che si prende come riferimento o palcoscenico per questa imitazione.

 

Quindi la relazione può passare dal rapporto con l’imitazione, intesa come ascolto e comprensione profonda.

 

Se si utilizza la mimesi come una sorta di funzione, come una pratica dell’imitazione, senza volerla forzare spingendosi verso una totale adesione all’interno della imitazione stessa, può essere che la co-partecipazione all’altro o l’adesione al mondo crei un’effettiva empatia.

 

Pensando alla mimesi “da una giusta distanza”, avendo come intenzione la ricerca del senso più profondo dell’idea che sta dietro all’altro, alla cosa e all’ambiente, in maniera direzionata e non totalmente adesa, ci si può riconoscere come un soggetto che vive l’altro oggetto o soggetto e non pretende a tutti i costi di cristallizzarlo o di conoscerlo in maniera assoluta.

 

Accontentandosi semplicemente di poterne cogliere una prospettiva, una sfaccettatura, un aspetto dei tanti che in realtà raffigura e rappresenta.

 

 

Rispetto alle fasi di evoluzione della vita che cosa si può imparare?

 

il tema dell’imitazione della natura circostante, della mimesi rispetto alle fasi di evoluzione più importanti – volute o meno – della vita (come ad esempio un lutto, la nascita di un figlio o un grande cambiamento) può richiamare la definizione di tre livelli, riprendendo il concetto di idea assoluta di cosa, di cosa creata/plasmata e di interpretazione mediata.

 

Nei grandi cambiamenti c’è una sorta di preparazione del campo, che può essere consapevole o meno, voluto meno, ma che sicuramente crea un contesto, un’atmosfera che apre le possibilità di poter fare una mimesi, di poter imitare un qualcosa che è al di fuori ma che diventa in un certo senso visibile.

 

Diventare mimetici relativamente un aspetto personale o professionale è sicuramente co-costruito con le condizioni al contorno che rendono possibile a questa transizione.

 

Poi l’evento, ciò che accade nel qui ora, diventa reale.

 

Si svela, accade, succede.

 

Indipendentemente dall’aver preparato o meno il contesto, ma sicuramente in maniera interattiva con l’ambiente.

 

E dopo che la cosa si è svelata ed è stata creata c’è una rappresentazione, filtrata, di questa epifania.

 

SI forma un punto di vista che allontana l’idea che ci si fa dell’evento rispetto all’evento stesso e che separa l’evento stesso dalla coscienza, anche collettiva, e dall’immaginario.

 

Se si intende la mimesi non come un qualcosa di dato, ma come un processo in movimento tra i differenti livelli che può attraversare, emerge l’interesse del come avvengono le cose.

 

Del come si possa passare da un momento all’altro, da una fase all’altra, piuttosto che concentrarsi su che cosa sia effettivamente una fase.

 

Se non ci si interroga più su che cosa sia quell’intuizione che sta sopra a tutto, da cui parte l’intero processo della conoscenza, vivendo l’esperienza.

 

Ci si può mettere nelle intercapedini dei passaggi di fase e scoprire, in un certo senso, che la mimesi è parte della vita.

 

Ed è parte di noi.