Le morte stagioni

“Le morte stagioni”, oltre ad essere un riferimento alla nota poesia di Leopardi, può fungere da ispirazione per il contesto attuale.

 

È infatti importante considerare che il cambiamento climatico sta avvenendo a partire dalla “stagione”.

 

“Stagioni”, dal punto di vista etimologico, \richiama alla memoria le cosiddette “stationes” o pause, ciò che rappresenta un sostare del tempo -con i suoi ritmi- e del sole lungo il suo percorso durante l’anno, in equilibrio tra equinozi e solstizi.

 

Si crea una ritmicità in movimento, con l’alternarsi del tempo e della percezione che ne ha l’essere umano.

 

Ma al di là del tema etimologico si affronterà qui il tema delle “morte stagioni” partendo da alcuni dati, ma soprattutto approfondendo come alcuni artisti contemporanei hanno trattato questo tema.

 

Possiamo anzitutto dire che, dal rapporto sui migranti ambientali di Legambiente del 2021 (che fa riferimento al resoconto dell’Inter Government on Climate Change), ci si accorge subito di come uno dei dati più allarmanti sul riscaldamento globale già in atto, afferma che “la temperatura nel decennio 2011-2020 è stata di 1,09°C superiore a quella del periodo 1850-1900”.

 

Questo significa, in pratica, che le stagioni diventeranno sempre diverse, più nette, anche e soprattutto nella misura in cui, con soli 1,5 °C di aumento della temperatura sul riscaldamento globale, ci saranno sempre più ondate di calore, con stagioni calde molto più lunghe e stagioni fredde, molto più brevi.

 

E questo è solo un dato.

 

Sempre da questo rapporto, viene spiegato che, durante il solo 2020 sono, stati registrati circa 40 milioni e mezzo di nuovi sfollati interni, di cui 30 milioni e 700 mila persone sono dovute fuggire -o si sono dovute spostare- proprio a causa di disastri ambientali, mentre invece “solo” 9 milioni 800 mila si sono dovuti spostare a causa di violenze, conflitti.

 

E tutto ciò non tiene conto delle migrazioni interne rappresentate da processi più lenti di trasformazione ambientale e del suolo agricolo.

 

In questo contesto è importante fare delle proiezioni che, pur variando sensibilmente a secondo dei team di ricerca, si assestano in un range che va da 25.000 a un miliardo di persone costrette a spostarsi per motivi di cambiamento climatico.

 

Terremoti, inondazioni, incendi, carestie causate dalla povertà del suolo e altre calamità naturali, che costringeranno a far spostare fino a un miliardo di persone, facendoli diventare migranti climatici entro il 2050.

 

A partire da questi dati, possiamo fare due grandi riflessioni.

 

La prima è che, evidentemente, che si tratta di un fenomeno eminentemente globale.

 

Poco importa la percezione geopolitica dei confini, dei limiti tra uno Stato e un altro, tra una nazione e un’altra, tra i territori, che diventeranno forse più sfumati, o secondari (o anche il contrario, nel caso di forti disuguaglianze per l’approvvigionamento idrico).

 

Questo perché se non si ragionerà davvero come ecosistema poco contano i diversi approcci tipici della storia tra l’uomo e la natura.

 

Da una parte, schematizzando, la visione più “occidentale cartesiana” dell’apporto e del rapporto dell’uomo “contro”, che governa e domina la natura, desiderando comandarla.

 

Dall’altra una visione più “asiatica classica” che pensa ad un’integrazione tra uomo e natura (fermo restando che qui non si stanno evidentemente considerando i tassi di crescita e di sviluppo industriali che fanno presto a contraddire queste antiche origini filosofiche di riferimento).

 

Questo ci fa capire quanto sia centrale il tema politico, che dovrebbe lavorare concretamente in questa direzione, ma che evidentemente risente, come tutti gli aspetti di organizzazione sociale, di pressioni interne ed esterne.

 

Gruppi di portatori di interesse e forti poteri economici sempre più racchiusi in meno mani e teste, con immenso potere decisionale, che allo probabilmente stimoleranno -di contro- una mobilitazione della società civile rivolta in primis ad avere una chiara consapevolezza del fenomeno.

 

I Fridays for Future, ad esempio, hanno sicuramente riportato un certo tipo di attenzione mediatica, ma senza avere un reale impatto a livello di policy e scelte strategiche.

 

I temi legati al cambiamento climatico, per citare il filone della Eco-arte, sono iniziati almeno a partire dalla seconda metà del 1900.

 

Senza voler fare un’analisi esaustiva, ma esaminando dei master-piece viene subito alla mente Helen & Newton Harrison, che sono stati tra i primi eco-artisti e, all’interno del loro sito, sostengono che ogni loro lavoro, dagli anni Settanta ad oggi, inizia quando percepiscono un’anomalia nell’ambiente che è il risultato di credenze opposte o riferimenti metaforici contraddittori.

 

E allora si può capire il senso del lavoro, dello studio che attraverso veramente dei pezzi iconici ripercorre quella che è anche la storia dell’arte contemporanea all’interno della percezione artistica e anche della cultura riferita ai cambiamenti climatici.

 

In questo senso si posiziona l’opera Making Earth, del 1970, in cui viene riprodotto di fatto il terriccio, l’humus terrestre, che assume proprio oggi -nel 2022- un concreto valore a livello didascalico (impoverimento del terreno e desertificazione) ma anche un nuovo significato.

 

Alan Sonfist, nel 1978 (anche questo tema aveva un suo significato al tempo d’avanguardia, ora quasi scontato ma non ancora risolto) con il bosco Time Landscape creato al Greenwich Village di New York, dove è stato ricostruito una parte di natura autoctona.

Considerando quest’opera, ma anche l’opera inizialmente creata negli anni Settanta (poi riproposta anche nel 2012 al Los Angeles Museum of Contemporary Art) Wilma the Pig (The Harrison Studio), iniziamo a capire come ci sia sempre una sorta di separazione percepita tra uomo e natura, che emerge in maniera evidente isolando un pezzo di New York e ricreando un pezzo di foresta autoctona.

 

La stessa cosa accade con Wilma the Pig, in cui un maiale viene portato all’interno del museo con un appezzamento di terra e lasciato libero.

 

E pur considerando visioni e culture di nicchia risulta comunque evidente questa negazione, questo contraddittorio.

 

Uomo e natura.

 

Sarebbe complicato il tentativo di far rientrare tutto ciò all’interno di una cultura popolare che, a sua volta, potrebbe provocare una sorta di consapevolezza collettiva della società civile la quale, in un’utopia immaginaria, potrebbe creare talmente tanta pressione da riuscire a cambiare le policy e -soprattutto- far sì che gli interessi economici di alto livello seguano questi filoni.

 

Agnes Denes, diventata famosa per il Wheatfield, creato per la prima volta nel 1982 a New York, attraverso la ricostruzione di un campo di grano in “erosione” di un pezzo di territorio a Manhattan, poi riproposto più recentemente a Milano, in zona Porta Nuova (marzo-luglio 2015).

 

Il simbolismo insito nel restituire quasi 5 ettari di terra ad un campo coltivato a grano, creando una frattura evidente.

 

Ciò che era la terra, di cui ci si sembra riappropriarsi attraverso l’atto artistico, e ciò che è il contesto urbano (una delle principali fonti, oltre al settore industriale di riscaldamento).

 

La stessa artista dice: “fare arte oggi significa assumersi delle responsabilità nei confronti dei nostri simili. Siamo la prima specie che ha la capacità di alterare consapevolmente la propria evoluzione fino a porre fine alla propria esistenza”.

 

Questo ci fa riflettere sulle diverse teorie presenti su quanto è giovane la vita dell’uomo.

 

Paragonando la nascita dell’ecosistema terrestre a una normale giornata da 24 ore e ripercorrendo la storia della vita sul pianeta, il genere umano sarebbe apparso solamente alle ore 23:37.

 

Uno spicchio di tempo infinitesimo considerando i 4,5 miliardi di anni della Terra stessa.

 

Amara consapevolezza che si interfaccia con i tentativi fatti per provare ad arginare il problema.

 

Al di là del dell’accordo di Parigi che mirava a non far aumentare di più di 2 gradi la temperatura terrestre nei prossimi anni, altre azioni sono state perseguite, che probabilmente stanno ancora rimanendo troppo isolate o dispersive.

 

Pensiamo agli obiettivi Onu 2030.

Nel frattempo, Bill McKibben (fondatore di 350.org) nel 2005 inizia a parlare proprio di arte del cambiamento climatico, con queste parole: “per quanto siamo a conoscenza della crisi (climatica) non lo siamo davvero. Non la sentiamo nelle viscere, non è parte della nostra cultura. Dove sono i libri, le poesie e le opere teatrali?”.

 

Probabilmente anche la risposta in libri, poesie, opere non basterebbe per rendere così evidente questa tematica.

 

Come ha tentato di fare il movimento Fridays for Future, che è sempre inserito in un paradigma, in un contesto media fuorviante che fa passare quello che vuole, in cui è sempre più complesso ricostruire la verità oggettiva, soprattutto su tematiche come queste, che possono avere studi tra loro contraddittori, al di là di un’unanimità nella registrazione da storico dell’aumento della temperatura.

 

Passiamo quindi all’opera del 2019 di Superflex che recita: “Non è la fine del mondo”.

 

O forse, in realtà, è davvero la fine del mondo.

 

La fine del mondo per quell’uomo raffigurato nel video da 53 milioni di visualizzazioni di Steve Cutts, in cui l’auto-appropriazione e la relazione quasi univoca tra il proprio sviluppo (umano) e il poco successo come specie, in cui si rimane indifferenti rispetto alle conseguenze sull’ecosistema, che evidentemente influirà sulla sopravvivenza della specie umana.

 

Tutto ciò ci ricorda, metaforicamente e non solo, come se esistesse un grande orologio, magari come quello realizzato nel 2015 da Olafur Eliasson davanti alla piazza del Pantheon a Parigi che, essendo realizzato con ghiaccio artico purtroppo di ghiaccio un grande orologio di ghiaccio che, come la stessa opera dell’artista proposta nel 2015 davanti alla piazza del Pantheon a Parigi, con l’aiuto anche del geologo Rosini che prelevò una parte di ghiacciai di ghiaccio artico di un fiordo è destinato a sciogliersi e scomparire.

 

Pensando infine alla vita umana, estendendola alla vita della generazione umana dell’homo sapiens, tutto ciò ci ricorda la nostra finitezza, per cui sembriamo, al di là di non cadere in una grande illusione, esserne i diretti responsabili e referenti.

 

L’Ice Watch di Eliasson durò circa quattro giorni.

 

Chiediamoci ora quanto possiamo durare noi sulla Terra con questo stile di vita.