La profondità dell’essere

Che cosa significa “essere?

 

Il solo fatto di poter nominare l’essere richiama una sua esistenza implicita, come il concetto del divino affrontato in altre puntate.

 

Il “poterlo dire” lo fa esistere di conseguenza ma, entrando nel merito della definizione etimologica, l’essere è ciò che esprime un’essenza, un’apparizione, un accadimento.

 

È l’evento che accade in un determinato istante, nel qui e ora.

 

Allo stesso tempo l’essere rappresenta il concetto di esistenza, di natura, di vita e anche di forma sostanziale.

 

 

Quali sono i livelli di lettura possibili dell’essere?

 

Il semplice fatto di porsi questa domanda apre a tre livelli.

 

Primo fra tutti ciò che viene domandato (e quindi interrogarsi su che cos’è l’essere e quali livelli rappresenta).

Il secondo aspetto è la cosa a cui si domanda (che corrisponde all’interrogarsi sul tema in quanto esseri umani).

 

E infine la finalità per cui ci si interroga (cioè la ricerca di un senso implicito). che appunto può essere su diversi livelli.

 

Anche il solo fatto di leggere queste righe prevede una presenza che chiude (attraverso la concentrazione individuale sul testo) e apre allo stesso tempo (alla ricerca di un significato universale).

 

Emerge il triplice rapporto di sè con sè stessi (e quindi dell’esserci), di sè rispetto all’altro (che riguarda il definirsi grazie ad un’alterità esterna) e infine la condizione inscindibile dell’essenza, cioè l’essere gettati nel mondo (utilizzando il concetto heideggeriano espresso in “Essere e Tempo”).

 

Questo “essere gettati nel mondo” prevede un’interazione e una progettualità che l’essere umano attua nei confronti delle cose, degli oggetti esterni che -a loro volta- diventano sensibili e quindi, veri.

 

Veri se e solo se si relazionano ad un percepito di un soggetto esterno che li possa trascendere.

 

E tutto ciò è interessante anche dal punto di vista “meta” del potersi interrogare su queste questioni.

È ovvio che parlare di essere lo fa svanire automaticamente e non consente di coglierne il senso più profondo.

Allo stesso tempo si crea un’apertura di libertà, dal punto di vista mentale e dell’effetto che ci fa il poterne discorrere.

 

 

Che rapporto c’è tra essere e non-essere?

 

In relazione a quanto scritto in alcuni passi del Tao Te Ching c’è un fortissimo rapporto tra essere e non essere, tra pieno e vuoto.

 

Ad esempio, riprendendo la metafora simbolica di Yin e Yang, al massimo culmine di un polo, per esempio quello bianco, inizia a formarsi il principio del successivo, nero ed oscuro.

 

E citando una traduzione del Tao Te Ching: “essere e non-essere si generano a vicenda”.

 

Questo comporta la scelta (consapevole o meno) di potersi lasciare naturalmente vivere che, in relazione al non-essere, può forse far cogliere quella profondità propria dell’essere.

 

E questo richiama l’impronta dello Zen Scoto (come di altri filoni buddisti) in cui non ci sarebbe nemmeno bisogno di parlare per percepire l’essere, che diventa indicibile.

 

I saggi non ne parlano.

 

E non c’è bisogno di agire per raggiungere la vera azione.

 

E, anche nella non-azione (disinteressata e che appunto non tende ad un esserci), è invano la ricerca di un risultato in sé per sé.

 

E allora si può cogliere, anche se parliamo di profondità dell’essere, come ci sia una strettissima connessione e legame con il massimo annullamento dell’essere, che riguarda la morte.

 

Da qui la centralità del concetto dell’anticipazione, dell’annullamento (che conia Heidegger), che è inteso come percezione del nulla, in quanto dal nulla proviene l’uomo, essere gettato nel mondo non per sua diretta scelta.

 

Questo può dare nuova luce alla sensazione di angoscia che -molto spesso- riguarda anche l’esistenza, e quindi la profondità dell’essere, ma che non va equiparata alla paura di un oggetto/soggetto esterno che potrebbe essere depauperato dell’essere in diretto contatto con sè stesso e con il mondo.

 

 

Cosa si intende per profondità dell’essere?

 

La profondità dell’essere, non cadendo nel modello del Puer Aeternus o del narcisismo facile tipico della generazione contemporanea (e non solo), potrebbe essere esemplificato da un neonato che esiste senza aspettativa alcuna, donando pienamente sè stesso al mondo, in maniera veramente incarnata.

 

Citando il filone heideggeriano di “vivere inautentico e vivere autentico” si crea una dicotomia puramente formale (in quanto inesistente ad altri livelli), in cui siamo davanti a una scelta più o meno inconsapevole: da una parte lo stare insieme come “umani-cose tra le cose”, e quindi come essenze che si relazionano alle altre “cose” percependosi esattamente equivalenti.

In questo filone rientrano alcune tensioni professionali o personali rispetto a degli obiettivi specifici e parziali che ci si pone/impone.

 

Tutto questo riguarda una modalità di stare al mondo più superficiale.

 

Una presenza più “per sentito dire”, che inevitabilmente è in linea con gli strumenti attualmente utilizzati di socializzazione, anche tecnologici (nel regno della tecnica), ma anche rispetto a un’obbedienza aprioristica al concetto di società.

 

Ed è a partire da qui che si possono generare gli equivoci e i fraintendimenti sia di comprensione di senso, ma anche di contesto, con tutto ciò che ne deriva.

 

Dall’altra parte si può invece parlare di “stare insieme autentico”, che non crea un essere umano-cosa tra le cose, ma che genera una coesistenza, in cui la libertà del singolo prevede anche la libertà dell’altro e viceversa.

 

Il tema dell’anticipazione stessa, dal punto di vista della fine, intesa come insegnamento progressivo che è propria dell’essere umano in quanto tale, c’è un’unica certezza: la possibilità di non-essere, che potenzialmente crea una grande libertà.

 

Questo ci riconnette all’esistenza e alla comprensione di vita come una delle possibili vite, che esiste in quanto tale perché relaziona sè con sè stessi, con gli altri e con il mondo che ci circonda.