La Gioconda

Che cosa rappresenta la Gioconda?

 

La Gioconda, viene datata tra il 1503 il 1506 ed è uno dei ritratti probabilmente più famosi della storia dell’arte.

 

Si dice che fosse stata commissionata dal mercante di stoffe Francesco del Giocondo per raffigurare la propria terza moglie (che andò a lui in sposa a soli 15 anni), Lisa Gherardini.

 

La cosa interessante è però ciò che porta con sé questo dipinto, non solo la sua realizzazione.

 

Secondo alcune analisi sembrerebbe che il dipinto, a cui peraltro sono stati attribuite anche molte altre figure femminili di riferimento come modelle rappresentate, sia stato realizzato per strati successivi nel tempo.

 

In uno di questi sono state anche rilevate le famose sopracciglia descritte dal Vasari, attualmente non presenti.

 

 

Cosa “ispira” un’opera di così grande valore?

 

Il valore di quest’opera come questa ha sì a che fare con la percezione della bellezza, ma anche con la sua stessa storia, che è impossibile scindere dal capolavoro.

 

Uno dei primi aspetti (molto recente) consiste nell’utilizzare un’icona così presente e diffusa all’interno dell’immaginario collettivo per protestare.

 

Protestare, al di là del senso del contenuto.

 

Una torta, gettata.

 

Emerge quindi il valore che crea delle reazioni nell’uomo, anche di protesta e opposizione.

 

Sulla falsariga della torta ci fu anche il lancio di una tazza di tè e, ancor prima, il lancio di acido nella parte inferiore del dipinto.

 

Ciò che è di estremo valore porta con sé anche l’estremo dissenso per antonomasia.

 

Oppure il tema della protesta lascia il passo all’imitazione.

 

Già Raffaello, nel 1506, per rendere omaggio al maestro Leonardo (com’era usanza al tempo) raffigurò una nobildonna riprendendo proprio la Monna Lisa.

 

In questo senso il valore può creare emulazione, ispirazione in chi lo riceve e lo fa proprio.

 

Infine, il valore attira chi vuole appropriarsi di questo con una scorciatoia.

 

Famosissimo Il furto del Peruggia nel 1911.

 

Quest’ultimo, precedentemente dipendente del Louvre (si dice che si occupò di montare la teca in vetro protettiva). riuscì a sottrarre il capolavoro, peraltro lasciandolo prima in un ripostiglio, per poi uscire dal museo con il dipinto sotto al cappotto.

 

La tenne nella propria cucina per due anni circa e fu arrestato nel tentativo di rivenderla.

 

Ci si può così interrogare sul concetto negato di valore che, pur non essendo condiviso, non cessa di esistere.

 

 

Qual è il ruolo del tempo (rispetto al capolavoro)?

 

Il tempo è sempre stato protagonista del dipinto.

 

In primis in quanto la sua fama si è strutturata nel tempo tra le generazioni, i popoli e le culture, tanto da diventare quasi un fenomeno pop mondiale, con la famosa consacrazione data da Duchamp e i sui baffi nel 1916.

 

Poi Leonardo veniva spesso accusato di essere molto lento nella realizzazione delle proprie opere.

 

Sembra ci mise più o meno quattro anni a realizzare la Gioconda e, nonostante questo, portando con sé in Francia il dipinto continuò a perfezionarlo e modificarlo per altri dieci anni.

 

Nel 1525 il Vasari stesso scrisse riferito alla Gioconda: “quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto”.

 

È interessante pensare che da un lato il tempo crea l’eccellenza, la qualità, e consente di raggiungere un livello difficilmente immaginabile senza questa variabile.

 

Dall’altro ci fa capire come l’esercizio in sé non può essere slegato dal tempo che l’artista, l’autore, impiega nel suo percorso stesso di crescita che diventa tale solo attraverso la realizzazione dell’opera stessa.

 

E quindi tutta la pazienza, la ricerca della perfezione,l’esercizio di stile trova un proprio significato al di là del quadro stesso, al di là dell’opera finita in sé perfetta.

 

E in questo senso viene alla mente la storia zen del famoso maestro a cui venne commissionata un’opera su cui anno dopo anno si esercitava, senza però consegnarla al proprio committente.

 

Si dice che, ad un certo punto, il nobiluomo chiese a gran voce di poter avere l’opera che aveva commissionato.

 

Il maestro, dopo aver fatto attendere ancora il committente, lo incontrò e, con un grande slancio, in un impeto artistico portentoso, riuscì a creare un’opera meravigliosamente perfetta davanti agli occhi del committente.

 

A quel punto il committente chiese al Maestro come fosse riuscito a realizzare un’opera così perfetta.

 

Il Maestro rispose che era stato grazie al tempo in cui aveva provato a farla e rifarla per anni nel proprio studio.

 

 

Qual è il ruolo del paradosso/ degli opposti nell’opera?

 

Un punto di riflessione molto interessante riguarda l’ambivalenza dell’opera, al di là della discussione su chi fosse la donna rappresentata.

 

L’uso del sorriso, della smorfia, dello sguardo.

 

Il volto inclinato.

 

L’incipit di un respiro vivo all’interno dell’opera, grazie all’utilizzo del colore e dei volumi nelle forme morbide della figura.

 

Allo stesso tempo è come se, attraverso il dipinto, fossimo spinti un poco più in là, anche nella percezione del visibile, in un certo qual modo.

 

In una della analisi fatte nel tempo si scoprì che inizialmente c’era un’acconciatura molto diversa per Monna Lisa.

 

Alcuni spilloni da capelli emergono ancora dallo sfondo.

 

E ad un primo sguardo disattento in molti non notano un velo trasparente che copre la nuca della donna, anche se è ben visibile attualmente.

 

Questo ci fa intuire come l’aspetto, in un certo senso non tangibile, quasi sfuggente delle qualità del dettaglio -che magari erano state proprio l’oggetto del lavoro e dell’attenzione di Leonardo negli anni- diventino secondarie, ma vengono comunque restituite in una percezione d’insieme.

 

Ipotizzando di separare a metà l’opera, si dice che nella parte sinistra, la Monnalisa sembri più matura e seriosa, mentre in quella destra sia più giovanile e sorridente.

 

In uno stesso volto convivono due età diverse e due smorfie, due accenni di emozione molto differenti.

 

E queste stesse emozioni sono quelle che forse si rispecchiano in noi quando osserviamo il dipinto.

 

Come anche la sensazione di una perfetta composizione ed armonia, che in realtà è proprio data dal contrapposto di come sono inclinate le direzioni del busto, della testa, delle braccia.

 

Infine, senza pretendere di fare un’analisi artistica tecnica, quello che interessa davvero è chiedersi che cosa sia veramente importante, di valore, e perché la ricerca della perfezione e la necessità del tempo siano delle variabili centrali.

 

Variabili perseguibili nella ricerca di sè e di un’autenticità che, in un certo qual modo, se diffusa e storicizzata, consegna -forse- all’immortalità.