L’incostanza

Che cosa significa incostanza?

L’incostanza, anche a livello etimologico, proviene da cum-stare, quindi stare insieme, essere stabile, essere presente in maniera continuativa, ovviamente con una negazione in principio.

 

Una possibile introduzione al tema è la citazione di un sonetto di Petrarca, che scriveva: “inconstanzia de le umane cose!”.

 

Questo aspetto è molto affine alla logica delle generazioni recenti, ma anche delle precedenti adattate al contesto attuale, in quanto si configura una certa fruizione della realtà “immediata”, non solo attraverso i beni di consumo, ma anche attraverso la conoscenza stessa, l’apprendimento e le esperienze.

 

La sensazione di essere sempre più incostanti e forse inconsistenti nella presenza, attraverso la relazione digitalmente mediata, può diventare un particolare riferimento per attivare altri modi (e mondi -vedi il metaverso-) di percepire la realtà e gli altri.

 

 

Incostanza rispetto a che cosa?

 

Un possibile riferimento sull’incostanza è vederla anzitutto in modalità paradossale.

 

Molto spesso uno dei problemi che si riscontrano parlando di incostanza è la sensazione di non riuscire ad arrivare fino in fondo.

 

Ad esempio, si possono avere intuizioni, idee o si sente la spinta di voler fare qualcosa di significativo per sé e per gli altri, ma non si mette in campo la costanza, la perseveranza, l’attenzione, la pazienza e tutto ciò che ne deriva per portare completamente a termine tale obiettivo/visione.

 

E si potrebbe partire da una considerazione che ritrova nell’incostanza una sorta di continuità.

 

E quindi, perché no, ritrovare una costanza nel ripetere questo stesso schema.

 

Ma si potrebbe anche chiedere di riformulare il concetto di costanza rispetto a chi, rispetto a che cosa s’intende essere o meno costanti.

 

E allora un primo riferimento è l’idea che si ha di sé, l’idea che si ha della proiezione di quello che si vuole diventare, di quello che si vuole raggiungere.

 

E -allo stesso tempo- l’idea che ci si auto-costruisce rispetto a ciò che gli altri pensano si debba o si possa raggiungere in relazione alle proprie capacità.

 

In questo senso l’incostanza trae una sfumatura di giudizio, di caratterizzazione logica.

 

Se l’incostanza viene invece vista dal punto di vista della non-presenza, quindi dell’assenza o dell’estrema mutevolezza, potrebbe anche essere riproposta sotto una nuova luce.

 

Esiste un’incostanza funzionale?

 

In questo senso parlare di un’incostanza funzionale la connette, da un certo punto di vista, al contrario del concetto di sacrificio, inteso come capacità di mettersi completamente a disposizione per raggiungere il contrario dell’incostanza.


Questo può essere funzionale ed ecologico quando ci sono attitudini o momenti della propria esperienza in cui si mette in atto un comportamento ostinatamente ripetuto (magari in linea con proprio carattere e attitudine) per raggiungere determinati obiettivi che poi, una volta raggiunti, si scoprono non in linea né con la soddisfazione autentica personale rispetto a chi si è e ciò che si vuole.

 

Ma anche e soprattutto l’incapacità o la difficoltà nell’ammettere eventualmente un errore e ritornare sui propri passi, cambiando scelte e, di conseguenza, comportamenti.

 

Proprio in questi casi il concetto di incostanza potrebbe arrivare come un salvagente.

 

Perché se consideriamo un’incostanza funzionale è solo grazie a questa che si potrebbe interrompere un ciclo in cui si continua a perseverare con una modalità comportamentale o di abitudini disfunzionali, all’interno di un contesto che magari non riconosciamo più come nostro.

 

Si crea così una sorta di interruzione, di assenza, di lieve distaccamento che ci fa prendere le distanze, facendoci percepire in maniera più lucida rispetto al sistema in cui siamo inseriti.

 

E questo è in linea con l’importanza di sapersi prendere delle pause che compongono, da un certo punto di vista, l’incostanza e nel riconoscere anche il limite che si configura grazie ad essa.

 

In questo senso è quasi fondamentale parlare di giusta distanza tra la continuità della presenza e, appunto, l’incostanza che, se agita e funzionale, può essere estesa in maniera responsabile e consapevole all’interno dell’ambito personale o lavorativo di sviluppo.

 

 

Che legame c’è tra l’incostanza e il contesto in cui viviamo?

 

Da una prima analisi sembrerebbe che l’incostanza sia molto in linea con l’attuale contesto, anche solo per come sono configurati i social network.

 

Tik-Tok, ad esempio (ma anche Instagram), che con brevissimi video di intrattenimento molto leggeri consente di scorrere il cellulare verso il basso all’infinito, guardandone uno dopo l’altro.

 

Senza avere la necessità di pensare.

 

È come se si creasse un automatismo che rende la persona estremamente connessa con lo strumento che sta visualizzando, ma che -allo stesso tempo- la trasforma in estremamente incostante in un gioco paradossale.

 

La cultura del tutto e subito, che ha permeato l’epopea digitale e la cultura del “purché vada bene in ogni momento e da subito” si relaziona con questo aspetto di importante presenza dell’incostanza stessa.


Se rivalutassimo però la stessa incostanza in un equilibrio, integrandola all’interno di una presenza reale, autentica e relazionata a sé e all’altro, si può arrivare a dire che non sia così corretto riferirsi alla sola incostanza, ma che questa vada messa in relazione con la presenza (o comunque con una responsabilità di un utilizzo funzionale della stessa).

 

In questo senso, mi piace citare un passaggio di Schopenhauer in cui si potrebbe trasformare l’aspetto dell’incostanza in un movimento tra ciò che è vicino e presente e ciò che è distante e – in un certo senso- assente, incostante.


 

“In una fredda giornata d’inverno un gruppo di porcospini si rifugia in una grotta e per proteggersi dal freddo si stringono vicini.

 

Ben presto però sentono le spine reciproche e il dolore li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro.

 

Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi, si pungono di nuovo.

 

Ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la miglior posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi male reciprocamente.”