L’incoscienza

Che cos’è l’incoscienza?

Il significato etimologico di coscienza unisce due aspetti: cum, quindi la particella che trasmette “l’essere con” e lo scire, quindi il sapere, i quali, anteponendo il prefisso in- vengono entrambi negati. 

In un certo senso possiamo definire l’incoscienza come ciò che è presente, ma che allo stesso tempo non è conosciuto, ed è quindi fuori dall’ambito di responsabilità della persona o del sistema che la esercitano. 

Se pensiamo al modello delle quattro fasi di apprendimento, è interessante capire la relazione tra i livelli di consapevolezza (presente e non).

Partendo da un’incompetenza inconsapevole (ciò che non si sa nemmeno di non sapere), si passa attraverso un’incompetenza consapevole (ciò che si sa di non sapere), per poi arrivare -anche attraverso un processo di cambiamento- ad una competenza consapevole, che si trasforma – se interiorizzata attraverso l’esperienza – in una competenza inconsapevole.

È come se l’inconsapevolezza esistesse ai due poli opposti del processo di apprendimento.

Quello nel punto di partenza, ove si è inconsapevoli della propria non consapevolezza, e quello all’estremo opposto, in cui la conoscenza viene agita tramite l’esperienza introiettata, in maniera naturale e, appunto, inconsapevole.

Seguendo questo filone e riportandolo ad un contesto come quello attuale è interessante citare l’effetto Dunnning-Kruger, che viene descritto come una distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti e competenti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità, autovalutandosi – a torto – come esperti in materia.

Questo sembra ricordare la diffusione del presunto diritto di poter condividere il proprio parere su argomenti e materie su cui si è estremamente incompetenti, ma non si sa (o non si vuole ammettere) di esserlo.

L’incoscienza, intesa anche ad un livello più ampio, diventa così un momento agito importante all’interno della società contemporanea.

Che legame c’è tra l’incoscienza e il tornare/restare bambini?

In parte il voler sopravvalutare – attraverso una distorsione – le proprie capacità non realmente presenti.

Ma questa domanda richiama anche la narrativa legata ai trend e alle mode che caratterizzano la società e le generazioni in maniera inconsapevole.

Pensiamo come, a livello di cultura diffusa e sopratutto in alcuni contesti, si tende ad equiparare (in maniera moralistica e dando giudizi di valore) l’incoscienza ad uno stato dell’infanzia in cui si percepiva un’unione e una totale commistione.

Con il gioco che il bambino compie, o con la completa immersione dell’esperienza che sta vivendo.

Se questo tipo di associazioni diventano inconsapevoli, se ne distorce il senso autentico, strumentalizzandolo.

Da un altro punto di vista, invece, potrebbero costituire un aspetto effettivamente funzionale. 

Senza dare giudizi, ma trattandolo come utile per un contesto/sistema per arrivare ad esperire uno stato di flusso. 

Il cosiddetto peak/flow state, in cui si è completamente connessi ed eccellenti nel fare ciò che si sta facendo.

E in questo stato si dissolve l’Io all’interno della vita.

Al contrario, idealizzare un’idea di infanzia paradisiaca come stato di riferimento a cui ritornare e a cui fare riferimento, ha probabilmente creato alcune distorsioni trasformatesi poi in quei trend, appunto inconsapevoli, che caratterizzano e influenzano intere società. 

Pensiamo a tutti gli sforzi e gli investimenti che vengono fatti dell’ecosistema media, e dalla cultura popolare, per trasmettere e divulgare tali ideali di rappresentanza.

Con ottimi risultati.

“L’importanza di rimanere giovani e diventare immortali.”

Al punto tale che alcuni grandi fondi di investimento stanno già scommettendo su soluzioni o modalità per perseguire un aumento esponenziale dell’età di vita e quindi, in un certo senso, avvicinarsi il più possibile all’immortalità (anche solo virtuale).

E questo ci fa capire come davvero si sta spostando sempre più in avanti il limite di ciò che è cosciente e ciò che è incosciente, anche dal punto di vista fisico.

E tutto questo si sta mano a mano dissolvendo.

Che ruolo hanno i limiti rispetto all’incoscienza?

I limiti, dal punto di vista dell’incoscienza, ne costituiscono una sfaccettatura.

La stessa presenza di un’incoscienza percepita/agita richiede una presenza e un’assenza di un livello di responsabilità rispetto alla relazione con questo limite, che può essere percepito o meno. 

E, a sua volta, la responsabilità porta con sé una parte di libertà, ancora una volta percepita/sentita/agita che si configura all’interno di un sistema. 

Allora se parliamo di incoscienza e la rapportiamo al concetto di limite, da un certo punto di vista individuale/personale, la domanda da porsi è quanto e come osare in un determinato contesto, o quanto essere/diventare consapevoli della propria inconsapevolezza.

E la demarcazione di questo limite è sempre più sfumata, anche perché necessita di una relazione con il punto di vista che si adotta nel porre la domanda stessa.

Evidentemente è sempre forzata questa visione. 

C’è sempre un paio di lenti distorte o focalizzati o colorate, che influiscono sulla stessa nostra percezione del limite, che ci rende inconsapevolmente inconsapevoli (o consapevoli) della nostra inconsapevolezza.

E allora, ancora una volta, questo ha a che fare col rapporto che si instaura tra sé stessi e gli altri e tra sé stessi e il mondo circostante.

Come si configura l’incoscienza rispetto a sé stessi?

il rapporto tra sé e l’incoscienza ha molto in comune, da un punto di vista puramente caratteriale e di personalità, con la particolare attitudine personale, che è una stratificazione di esperienze, vissuti, cultura familiare e sociale, di contesto. 

La stessa incoscienza travalica nella soggettività del percepire (secondo il proprio personale grado soggettivo di intuizione della realtà) quando e come avviene un superamento del limite.

E tutto ciò si interfaccia fortemente con il tipo di scelta che viene fatta all’interno dei contesti personali o professionali, nel momento in cui vengono prese delle decisioni importanti.

Il tema della decisione, se esaminato dal punto di vista dell’incoscienza, richiama il concetto di bias cognitivo.

Per elencare i cinque principali bias è necessario intenderli come categorie di modelli cognitivi che avvengono al di sotto del livello di coscienza e che però, proprio perché sono intangibili, hanno un concreto effetto tangibile, non solo sul prendere alcune decisioni rispetto ad altre, ma anche sulla costruzione di un’immagine di sè e degli altri. 

Per esempio, il primo bias che riguarda l’eccessiva fiducia, introdotta ad inizio intervento con l’effetto Dunning-Kruger, molto spesso porta a sopravvalutare le proprie capacità e a sottovalutare invece ostacoli e aspetti negativi, che potrebbero verificarsi nella normale esperienza.

ll confirmatory bias, che riguarda il vedere il mondo dalla propria personale prospettiva, trovando prove e informazioni che non fanno altro che certificare questo tipo di peculiare (e parziale) punto di vista.

Il self-serving bias, che fa attribuire la colpa agli altri per gli insuccessi e i problemi e il merito a se stessi per i risultati eccellenti ottenuti.

L’halo effect, che concerne l’aura di credibilità che trasmette una persona, per esempio famosa o particolarmente autorevole che, in automatico, tendiamo ad estendere ad altri campi e contesti (semplicemente per il fatto che le informazioni o le suggestioni provengono da quella stessa persona).

L’effetto pigmalione, secondo il quale avviene un auto-avveramento di una profezia; come -ad esempio- accade quando si ritiene una persona degna di fiducia e qualsiasi segnale ricevuto, anche se negativo o disfunzionale, viene comunque registrato come affidabile.

Infine, rispetto al rapporto tra l’essere umano e i propri bias, come scriveva Hayashi Tadasu (al di là dell’origine incerta di tale citazione), si dice che i pesci non siano in grado di vedere l’acqua, così come gli orsi polari, di patire il freddo. 

Che impatto può avere l’incoscienza verso gli altri?

Come il pesce non sa di essere nell’acqua in cui è immerso e magari non ha alternative a questa inconsapevolezza, allo stesso modo, l’incoscienza può avere nella sua inconsistenza effetti molto consistenti nel rapporto tra sé e altri.

Questo per quanto riguarda semplicemente il senso di realtà esperito e le conseguenze delle proprie azioni e i risultati che queste hanno nel sistema personale o professionale in cui si è inseriti. 

Il senso di realtà è spesso favorito dal riuscire a configurare o meno un tipo di ascolto o di feedback verso di sé e verso gli altri. 

Molto spesso, infatti, l’incoscienza viene ricercata all’interno di un autoriferimento che esclude qualsiasi cosa al di fuori della propria visione del mondo.

Questo diventa particolarmente pericoloso quando, in un continuo andamento flessibile dell’onda di coscienza che si può esperire o anche percepire in se stessi e negli altri, si perde del tutto il collegamento con la realtà e si include all’interno di questa diminuzione di contatto chiunque si trovi nei paraggi (metaforici), volente o nolente.

Qual è l’atmosfera che si crea quando l’incoscienza è presente/agita?

Chiedersi quale sia l’atmosfera che genera, e che si genera, grazie alla presenza dell’incoscienza è interessante perché il fatto stesso di parlare di atmosfera -e quindi di un aspetto che somma elementi intangibili – si avvicina molto al concetto stesso di incoscienza, anche dal punto di vista dell’esperienza. 

Possiamo immaginarci che alla manifestazione di un’incoscienza personale collettiva si crei di fatto uno spazio – anche fisico – a livello di percezione, che è immateriale, ma che è presente.

Tale spazio può essere ampliato, diminuito, esteso, generato, distrutto e, al suo interno, presenziano e partecipano tutti i soggetti coinvolti, direttamente o indirettamente, travalicando il concetto di spazio-tempo a cui siamo abituati.

Da un certo punto di vista ritorna il concetto di sacro, inteso come quel “totalmente altro”, che configura un dentro e un fuori, un luogo di separazione tra la coscienza e l’incoscienza.

Infine, solo una citazione che sembra provenire dall’I Ching – “La verità interiore”, può esprimere in maniera diretta che cosa sia o meno l’incoscienza.

“Il vento soffia sopra il lago e increspa la superficie dell’acqua.

Così si manifestano gli aspetti visibili del l’invisibile.”