Il mistero del sacro

Come scrive Rudolf Otto, il sacro è un mistero affascinante e terribile, e ciò che è totalmente altro, e per questo crea una sensazione e un effetto di totale stupore e inconsistenza dell’uomo, rispetto ad un sacro che si può manifestare.

 

 

Che cosa si intende per sacro?

 

Il sacro è, anche dal punto di vista etimologico sak), separato. È ciò che definisce la presenza di un dentro e di un fuori, di un interno e di un esterno.

 

E proprio per questa caratteristica probabilmente si distingue dal divino, del mondo e dell’uomo.

 

È una sorta di inaccessibilità inaccessibile, che grazie alla sua assenza si può nominare e anche invocare; in un certo senso, quando M. Eliade parla ierofania, di manifestazione del sacro, potremmo dire che quest’ultimo diventa visibile proprio grazie a questa invisibilità.

 

Sacro è una dimensione della parola, intesa come metafora, come qualcosa che tira fuori/che porta da un luogo ad un altro, come un vuoto che crea la qualità che compone il pieno.

 

Facciamo un esempio: l’utilità di un vaso (come suggerito nel Tao Te Ching) è essenzialmente dovuta alla sua assenza interna, è il vuoto definito dal limite del bordo stesso del vaso a definirne l’utilità.

 

E questo vuoto è in continua connessione con ciò che c’è fuori dal vaso, perché non c’è separazione tra l’interno e l’esterno.

 

E questo può trasmetterci il rapporto che si può configurare con il sacro.

 

Il sacro è anche parte di tutto ciò che, in un certo senso, è profano.

Nella storia del mondo non esiste il sacro senza profano e viceversa.

 

E come se fossero due facce della stessa medaglia che si differenziano in relazione o in non relazione rispetto al divino.

 

Ma la struttura profonda, essenziale, del perché esiste il sacro e del perché esiste il profano è esattamente identica.

 

Il sacro può dare un senso al contesto attuale?

 

Il problema del contesto attuale è proprio insito nell’assenza del sacro e quindi di un significato, di un senso profondo ad esso collegato.

 

Il sacro è assente nella misura in cui viene interiorizzato in maniera consapevole.

 

Il luogo della violenza e della prevaricazione – che anche sinonimo di mondo – è immerso in realtà nel sacro, ma paradossalmente non riesce a riconoscerlo, a vederlo.

 

Non riesce a interagire in maniera funzionale con esso, sempre che di interazione si possa parlare.

 

Di fatto lo sente perché vi è inserito, ma non lo percepisce realmente di fatto.

 

Ed è proprio qui l’origine di molte disfunzioni umanitarie con cui si convive.

 

La perdita del sacro fa sì che si cerchi lo stesso elemento, questa qualità in tutte le cose, ma la ricerca diventa infinita e non può condurre da nessuna parte.

 

Questo provoca, di conseguenza, una forte e infinitesima frammentazione in piccolissime parti che sono solo un’intuizione del sacro, aspetti del numinoso (citato da Rudolf Otto), che perdono la qualità di essere numinose e che depauperano il sacro stesso, assorbendolo nelle cose, negli oggetti, nei momenti o attimi trascorsi, che ne snaturano la stessa presenza.

 

Ed è forse questo il collegamento più forte tra la presenza e l’assenza di senso nella generazione nella società contemporanea.

 

Che relazione c’è tra il sacro e il rito?

 

Il rito è ciò che connette con il divino.

 

Sacro è rito. Rito è sacro.

 

In un eterno rincorrersi di identità al cui centro ci può essere l’uomo, non dal suo punto di vista, ma come intromissione in questo spazio, in questa breccia che si apre di verità.

 

L’umanità infatti non è né sacro nel rito, ma gioca sul filo invisibile che connette questi due aspetti che corrono e si rincorrono.

 

E l’uomo sta in estremo e pericoloso equilibrio per riuscire, a sua volta, a riconoscersi e ad integrarsi come tramite.

 

Il tutto nell’interazione con il mondo.

 

Il rito, se visto in “un tempo fuori dal tempo”, diventa un qualcosa incessante che parte e parla con il primo respiro dalla nascita dell’uomo e non si ferma di fatto più, trascendendolo.

 

È come se fossero le onde del mare che non smettono mai di infrangersi sul bagnasciuga, sempre uguali, sempre diverse da se stesse, ma facenti parte di qualcosa di più dell’onda stessa.

 

Potremmo definirla come l’immobilità presente nel momento dato anche dal rito, che lo rende però immortale in un movimento.

 

Una piccola intuizione accessibile a chiunque, in qualunque momento, ma proprio per questo difficilissima da agire naturalmente.

 

Durante l’agire il rito, l’uomo si può fondere e crea il suo stesso concetto di presenza e umanità, riconoscendo contemporaneamente quel totalmente altro che si fa presente, che diventa agito proprio grazie all’umanità stessa, da cui si distingue completamente.

 

Che ruolo ricopre la parte ombra rispetto al sacro?

 

Come scrive Tanizaki nel Libro d’ombra “l’uomo moderno, reso insensibile dalla luce elettrica, ha dimenticato persino che una simile oscurità esiste”.

 

Quindi il ruolo della parte oscura, della parte in ombra, rispetto al sacro ha lo stesso identico peso, lo stesso identico spazio, della parte in luce, trasparente, visibile.

 

E questo non è un gioco ad esclusione in cui c’è “un con e un senza”, ma una sommatoria a totale zero, che però ha un effetto percepito impattante ed esponenziale.

 

È una sorta di ologramma in cui una parte è simbolo dell’intero, di tutto il resto.

 

Come il famoso simbolo Zen in cui un aspetto dell’oscurità è presente nello spettro della luce e viceversa, ma nel quale -allo stesso tempo- non esistono entrambi o comunque sono un’illusione, come le distinzioni dicotomiche di bianco/nero.

 

Semplicemente si potrebbe parlare più di sfaccettature, infinitesimali, impercettibili di un’esistenza, che scorrono vitali prima e al di là della vita stessa e anche indipendenti dalla moralità e dal giudizio della legge umana, che però, ovviamente utile per sopravvivere nel mondo comune.

 

E qui si vede che distanza ci può essere tra il santo e il sacro e tra chi vive di santo e chi vive di sacro.

 

Come si configurano l’umano e il divino rispetto al sacro?

 

L’umano da un certo punto di vista è, o meglio contiene, realmente il sacro, anche se è davvero inarrivabile, inaccessibile pure a se stesso.

 

Ed è proprio questo che lo spinge ad andare alla ricerca di ciò che forse non potrà mai trovare durante la vita nel corpo, e cioè sé stesso.

 

Quello che però può trovare è sicuramente un’intuizione fugace del sé, che lo scopre e lo ricopre di realtà, di benessere, in un certo senso di gloria, del riconoscimento.

 

Ed è proprio questo che consente di avvicinarlo al divino, che ha una sua configurazione.

 

Piccoli gesti, piccoli attimi di estremo annullamento, sacrificio nella gratitudine, visibili durante il rito.

 

In effetti c’era la possibilità di elevarsi e diventare più divino del divino, anche solo esplicitando la capacità della gratitudine, intesa come conoscenza di sé e dell’altro e riconoscimento di questa distanza che si crea.

 

Ma probabilmente questa è solo un’illusione che viene proposta e anche creduta.

 

Solo i saggi delle grandi tradizioni provano, senza doverlo per forza dire, a provare con la propria esperienza che cosa vuol dire abitare il cosiddetto indicibile o divino.

 

Il sacro è invece la casa vera e propria di ciò che è divino perché vi è immerso.

 

Senza una consapevolezza reale, ma in estrema naturalezza, che permette di eccellere stando come un flusso, senza dover fare assolutamente nulla, senza dover muovere alcunché, perché già perfetto di per sé.

 

Esiste ancora uno spazio sacro?

 

Mircea Eliade, nel libro “Il sacro e il profano” scrive che per l’uomo religioso lo spazio non è omogeneo, ma presenta delle spaccature e delle fratture, che ci sono qualitativamente degli spazi e dei settori diversi tra loro.

 

Questa distinzione è interessante perché ci riporta alla concezione di spazio come un qualcosa in cui entrare togliendosi calzari, genuflettendosi, abbassandosi per attraversare una soglia, entrando in un qualcosa di totalmente altro che è forse quel recinto, quell’aspetto di separazione che si crea parlando di sacro.

 

Allo stesso tempo potremmo dire che uno spazio sacro non c’entra nulla con quello costruito e gerarchizzato dalle religioni, perché forse lo spazio sacro è quello dell’emozione, della relazione agita, del confronto aprioristico con l’altro, che non è mai se stesso e, proprio nella natura della presenza, crea un aspetto del sacro.

 

È qui che si consuma in un certo senso la vita, la relazione, è qui che si prova e si esperisce un’autentica gioia nel vedere il mistero del sacro come agito, incarnato, da un certo punto di vista dentro e fuori di sé.

 

E che tutto questo possa essere anche condiviso in maniera estesa con chi è vicino a noi e che vive questa “imprevedibile e indecente” trasformazione, in tutta la sua semplicità.

 

 Qual è l’atmosfera creata dal sacro?

 

Quella sensazione composita che si respira entrando in una casa, in questo caso sacra, si manifesta in maniera abitabile (come ospiti) o forse anche abitata dal divino.

 

Quell’atmosfera misteriosa e ricercata – come tipologia di sensazione – per l’essere umano che, per un ironico paradosso, ne fa già inconsapevolmente parte.

 

Ed è proprio questa inconsistenza che crea la percezione, che crea queste onde che si materializzano e si distaccano all’interno e all’esterno della cosiddetta casa del sacro e si diffondono anche all’interno della vita dell’uomo,

 

come suoni antichi,

 

come profumi mai sentiti,

 

come spoglie di antiche storie,

 

nate forse in un tempo immortale

 

e prima ancora del tempo.