Elogio alla tristezza

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Elogio alla tristezza

Partiamo con una storia

senza volerla comprendere fino in fondo a tutti i costi,

ma stando semplicemente in ascolto dell’effetto che fa

“La tristezza giuliva era una capra senza ricordi. Un essere immondo al di là del tempo e dello spazio. 

Vagava senza scopo e meta alcuna, alla ricerca di sé stessa. 

Non sapeva davvero che cosa fossero le emozioni e, soprattutto, perché servissero.

 Nell’impermanenza dello spirito chi mai avrebbe osato disturbarla? Forse un prete? Un diacono? Forse un monaco? 

No, assolutamente. Nessuno di questi.

Era la luce della verità, la luce della coscienza estrema superiore, che tutto vede e tutto sa.

Questa storia insegna ad andare avanti.

E non per forza questa è una caratteristica propria dell’essere umano, perché se la dimentica.

Ma dove si trova la forza per rintracciarla? Dove si trova la verità sottostante ad essa?

In realtà non esistono né l’una, né l’altra.

È proprio per questo che ci rimane un “essere umani” (non “umano”, ma proprio “umani”).

Esseri multipli con tante sfaccettature, dove solo il saggio pone alla guida quella più reale e trasparente

E che cosa c’entra la tristezza con tutto ciò?

Nulla e tutto.

Sì, perché queste vuote parole sono come granelli di sabbia al vento nati al tempo primordiale, ma spazzati via in un soffio, annegati in una goccia di rugiada. Indistinguibili nel mare dei loro simili.

Questo sono le emozioni, onde di vento che ci passano e oltrepassano cambiandoci, scuotendoci, dimenticandoci. 

Pulsazioni dell’essere in grado di farci vivere, per davvero, almeno per una volta, anche solo per un secondo.

E allora perché proprio la tristezza?

Perché in un certo senso è, oggi, la madre di tutte le altre emozioni. 

Non in assoluto, ma proprio per questa generazione, in questo tempo, in questo continente.

È l’unica cosa che ci fa vivere il “come e il perché” siamo davvero uniti da una grande e diffusa sofferenza.

E in questo la tecnica può davvero aiutarci ad avere un ruolo per amplificare e renderci consapevoli di questa stessa tristezza.

Ma come se ne esce?

In alcun modo. 

La tristezza è come un vero e proprio organo che, se non atrofizzato, consente agli altri di brillare di luce propria a loro volta, restituendo lustro e vigore all’identità di “chi la porta” dentro di sé, aprendola/aprendosi agli altri.

Cadono tutti i veli ma la verità resta.

Noi,

Esseri Umani.