“E viva e il suon di lei”

Ascolta il Podcast

[Verso dell’Infinito di G. Leopardi]

 

Cosa vuol dire “E viva e il suon di lei”?

 

È un inno alla verità, è un inno a tutto ciò che non si vede.

 

È un inno alla vitalità che scorre, sottesa sotto le vene della vita.

 

E non si sa esattamente dove parte, non si sa esattamente dove arriva e non si sa esattamente perché sta scorrendo.

 

Ma sicuramente serve per risvegliare le coscienze di chi non ha capito.

 

E chi è che non ha capito?

 

Non ha capito colui che pretende di sapere quello che vede, colui che pretende di capire ciò che legge, colui che pretende di sentire ciò che sente, colui che pretende di vedere ciò che ha visto.

 

In realtà anche i sensi sono effimeri simboli, pregiudizi celati che nessuno sa veramente cosa possono rappresentare.

 

E quindi, questo, per chi è utile? E a cosa serve?

 

Questa domanda è posta da parte di chi non ha capito.

Perché dire che i sensi sono inutili e – allo stesso tempo – l’unica cosa che rimane davvero quando stiamo nel mondo, significa pretendere di cristallizzare, bloccare, prendere, ottenere, possedere, assorbire un qualcosa che non gli appartiene.

 

In realtà, alla fine, l’utilità sta nella inutilità dei sensi stessi.

 

É questo il senso.

É questo il vero messaggio.

 

Il fatto di poter viaggiare all’interno del mare della vita senza dover per forza avere una rotta, lasciandosi guidare dalla corrente e usando il timone per fare piccole correzioni indicate dalla corrente stessa.

Non servono vele, non serve motore, non serve artificio.

 

 É la perfetta presenza nell’attimo nel presente, nell’istante medesimo in cui l’evento accade.

 

E cosa intendiamo, con l’espressione: accadere dell’evento?

 

È un suono, un momento, una luce, un lampo, una scintilla inspiegabile, che c’è, si sente, al di là dei sensi e con tutti i sensi.

 

Ma è presente, ed è come se ci fosse una percezione di questa presenza che ne certifica la sua assenza al tempo stesso.

Ed è grazie a questa assenza che crea un vuoto, che la verità si può manifestare.

 

Ma che cos’è questa verità?

Cosa vuol dire presenza/assenza e, rispetto a questo, verità?

La verità per chi?

La verità su che cosa?

 

La verità sul fatto che tutti gli esseri umani sono in realtà ibridi, non solo a livello di emozioni, percezioni, ma anche di genere, filosoficamente e sul piano del sentire.

 E che quindi non si accorgono che non vivono solo all’interno di un corpo definito ma che fanno anche parte di un corpo indefinito, molto più grande di loro.

Che in un certo senso li protegge.

 

Non tanto dal punto di vista moralistico o di giudizio, ma rispettando la natura delle cose.

 

Li protegge nella misura in cui preserva la natura delle cose “così come sono esattamente”, che non necessita di null’altro, se non di essere svelata, agita.

Coesiste all’interno di una contraddizione che sembra irrisolvibile, ma che si risolve proprio nella sua incongruenza.

 

È forse questo il senso del passaggio dell’infinito di Leopardi “E viva e il suono di lei”?

 

Questo “viva”, questo “suono” e questo “lei” ci riportano ad una sintesi di tutto ciò?

 

Sì,

in un certo senso quel passaggio racchiude veramente molto bene il senso profondo di che cosa vuol dire vivere, che cosa vuol dire sentire.

Perché “viva”, che ha più livelli di significato – primo fra tutti celebrativo – e che consente di percepire una rivelazione del raggiungimento di qualcosa, in realtà non ha alcuno scopo all’interno di quella frase.

 

In realtà “viva” è un’aggettivazione della vita.

 

È un lampo, è un passaggio impercettibile che guida attraverso i sensi e anche attraverso la percezione degli stessi sensi, quando questi scompaiono.

 

E allora, come dicono alcuni koan Zen, in cui ci si chiede qual è il suono prodotto dal battito di una sola mano, o qual è il suono che rimane al tentennare di una campana sorda, senza batacchio.

 

E cosa c’entra essere vivi e sentire un “suono di lei”?

 

 Quel “di lei” è un ricordo.

 

È probabilmente il ricordo più autentico che si ha della provenienza stessa della vita, della provenienza stessa dell’essere umano, che va al di là “dell’essere umano” stesso.

 

Tutto è Uno, dice Talbot.

 

Come “E viva e il suono di lei” è tutt’uno.

 

Ma cosa significa “Tutto è Uno”?

 

Il suo significato è inspiegabile.

 

Ancora una volta chiedersi il significato di quella frase ne fa perdere il senso, perché è solo l’esperienza che si può fare recitandola silenziosamente, senza nemmeno nominarla, che consente di intuirci, un senso.

 

 E nell’animo umano – dove per animo intendiamo un antro recondito e profondo presente dentro ciascuno di noi – c’è questo senso di verità e unità, che però risulta intoccabile, separato, seppur incarnato, dentro di noi.

 

È come se vivessimo di riflesso rispetto a un’unicità che ci appartiene, a cui noi apparteniamo e che – allo stesso tempo – è dentro e fuori di noi.

 

È da qui che si capisce come “E viva e il suon di lei” – queste onde di movimento – diventano i riflessi, le spaccature, generate da un’unità che non si riuscirà mai ad afferrare nella vita mortale, ma che ci distingue, ci contraddistingue, ci consente di stare al mondo e ci definisce e viene da noi definita al tempo stesso.

 

Bisogna dimenticarsi della frase “Tutto è Uno” in sé per sé, ma ritornare ad essere presenti nel movimento che c’è, nello spazio che si crea, nelle sfumature, nei gradienti, nei passaggi delicati, flebili, ma anche forti e potenti che nascono tra questi due aspetti e che, paradossalmente, non creano nessun movimento.

 

Perché sono sempre esistiti, sono sempre presenti e coesistono, definendo una staticità immobile o un movimento statico di cui non si conoscerà mai l’origine, perché non ha mai avuto origine, non ha mai avuto fine, non ha mai avuto un seguito.

 

 E nell’uomo questa consapevolezza crea spazio, crea profondità e crea anche un grande e forte senso di appartenenza.

 

Appartenenza che, probabilmente, è una delle cose che più stanno mancando in questo tempo storico.

 

In questo “vivere”, l’appartenenza richiama alla mente l’aspetto della sofferenza, del dolore che nelle attuali circostanze è veramente diffuso e pervasivo.

 

Ma l’appartenenza a che cosa?

 

A sé stessi.

 

Alla verità dell’essere che ci contraddistingue e contemporaneamente ci rende veramente indistinguibili, in un livello di profondità in cui il fluire è più importante del determinarsi, in cui il determinarsi si dimentica nel movimento della vita, in cui il possedere diventa una parte piccola, insignificante, del determinarsi, che si fonde nell’indeterminarsi.

 

Questi livelli coesistono, ma ci fanno anche capire come partire dall’ultima frammentazione di parte infinitesima – che si pretende di avere per sé/possedere/determinare in maniera definitiva – è un’illusione.

 

Più si cerca di determinare, più si cerca di bloccare, più si cerca di rendere immortale e infinita questa parte, più la si rende fragile, cagionevole, debole, inconsistente.

 

È per questo che riscoprire il passo “E viva e il suon di lei”, riscoprire la leggerezza, l’atmosfera d’inconsistenza che ruota attorno al sentire, che crea questa stessa frase, stimola un senso profondo e si collega a percepire – anche solo per un attimo – la bellezza di ciò che è indeterminato, fluido, di ciò che è stato sempre presente, ma che solo a tratti si può intuire.